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Intervista a Franco Bettoni, presidente ANMIL onlus

Il parere di Franco Bettoni, presidente nazionale ANMIL onlus

Franco Bettoni, presidente nazionale ANMIL ONLUS ha rilasciato un’intervista per l’osservatorio SAEF nella quale spazia a tutto campo sul tema della salute e la sicurezza nel luogo di lavoro.

Non crede che parlare troppo di sicurezza in maniera assoluta abbia spostato l’accezione del problema rispetto alla percezione del rischio?

Spesso si parla di sicurezza in modo astratto e questo può sicuramente far perdere al concetto quella concretezza che invece è fondamentale per affrontare efficacemente il problema. Il fenomeno degli infortuni e delle malattie professionali va infatti contestualizzato e in questo ricopre un ruolo primario il DVR, lo strumento attraverso il quale si valutano complessivamente i rischi esistenti in un ambiente di lavoro e si può quindi portare ad una loro corretta percezione per quello specifico ambiente o attività.

Il decreto 81/08 è secondo lei ancora una norma attuale per affrontare la tematica?

Il decreto 81 del 2008 ha rappresentato un grande passo avanti nella normativa a tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori, avendo portato anche innovazioni significative. Come è evidente, però, il tempo gioca un ruolo fondamentale nell'efficacia di una legge e il decreto 81 ha ormai 10 anni, nel corso dei quali il mondo del lavoro ha subito dei cambiamenti considerevoli, sia nelle forme che nelle modalità di svolgimento delle attività lavorative. Il mutato contesto influenza naturalmente anche il tema della sicurezza e di questi cambiamenti occorre tenere conto, con adeguamenti costanti della normativa che sappiano cogliere tempestivamente le nuove caratteristiche del mondo del lavoro.

Il valore della formazione nella filiera della sicurezza… come lo colloca?

La formazione, come già evidenziato, si colloca sicuramente sul podio tra le strategie per favorire una maggiore sicurezza nei luoghi di lavoro. Quando si parla di formazione è però importante che questa sia mirata ai rischi specifici che si corrono in un determinato ambiente di lavoro, come evidenziati con l’elaborazione del DVR, proprio per evitare che venga a mancare una effettiva percezione del rischio e quindi l’osservanza delle regole.

Se lei fosse l’amministratore di una società di consulenza sulla sicurezza, che tipo di approccio proporrebbe ai suoi clienti?

Sicuramente un approccio che consenta di sviluppare le attività di formazione obbligatoria in modalità più efficaci e coinvolgenti, sempre garantendo gli standard dei contenuti formativi previsti dalla legge. Quello che l'Associazione da sempre si propone è l'interiorizzazione della cultura della sicurezza, in modo da trasformare il sapere "nozionistico" in un "saper essere" consapevole. In tale logica l'obiettivo formativo si focalizza sull'acquisizione di una nuova capacità di "analisi del rischio", che entra nel patrimonio conoscitivo del lavoratore ed è, quindi, applicabile sia nella sia vita personale che professionale.

L’associazione raduna persone che hanno subito un infortunio sul lavoro. Non crede che troppo spesso si parli soltanto di incidenti e non di persone, famiglie, drammi umani?

Purtroppo sì ed è una tendenza che l’ANMIL cerca di combattere, portando all’attenzione dell’opinione pubblica non solo i numeri e i dati statistici, ma soprattutto le storie di chi ha subito un infortunio sul lavoro. La stampa si concentra sull’episodio, ci presenta un bollettino quotidiano, ma di quello che accade dopo nella vita delle vittime e delle loro famiglie non parla quasi nessuno. La convivenza con la disabilità, le difficoltà di reinserimento nel mondo del lavoro, gli equilibri di vita completamente sconvolti, il lutto nei casi più gravi: sono tutti aspetti che purtroppo restano nell’ombra e che devono essere conosciuti. Solo così si può comprendere davvero la portata del fenomeno e la gravità anche di un solo infortunio.

Quanto, secondo lei, i moderni sistemi di welfare influiscono positivamente sull’aumento della sicurezza sul lavoro?

I moderni sistemi di welfare aziendale stanno andando sempre più nella direzione di una promozione globale del benessere del lavoratore e questo non può che influire positivamente anche sul miglioramento delle condizioni di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. Un’azienda attenta alla dimensione umana del lavoro, che sa cogliere bisogni ed esigenze dei propri collaboratori e sa creare condizioni di lavoro sostenibili e stimolanti, avrà sicuramente un ritorno anche in termini di maggiore sicurezza. Le grandi aziende hanno aperto la strada e ci auguriamo che la loro esperienza possa essere esportata il più possibile anche in realtà lavorative più piccole, fino a diventare una prassi consolidata nel nostro mondo del lavoro.

Spesso le aziende pensano che la tematica della sicurezza sia soltanto una questione di adeguamento normativo, quale è l’approccio che secondo lei dovrebbero avere le aziende?

A mio avviso le aziende dovrebbero comprendere che, al di là degli adempimenti normativi, la prevenzione ha un indubbio riscontro positivo nell’economia di un’impresa. Il punto infatti è da sempre quello di far maturare nel mondo imprenditoriale la solida consapevolezza che una valida politica di prevenzione e l’interiorizzazione della cultura della sicurezza, non penalizzano l’impresa sul mercato, anzi: possono costituire elemento determinante di affermazione. Senza dubbio un’impresa che gestisce passivamente la prevenzione, che subisce solo imposizioni, che non è attenta all’importanza economica e umana di una corretta applicazione delle leggi che tutelano la salute e la sicurezza dei lavoratori è destinata a non poter reggere il confronto in mercati ampi: l’attenzione all’evolversi della politica della prevenzione consente ad un’azienda di percepirne i mutamenti, anche anticipandoli, di preservare i propri processi e di migliorare la produttività.

Alla luce dei dati, quali sono i comparti sui quali è più urgente intervenire?

I settori maggiormente colpiti dal fenomeno infortunistico sono quelli in cui più sta influendo la ripresa economica e produttiva. Solo nel primo quadrimestre del 2018 si è registrato un aumento di 29 casi mortali (da 230 a 259) nella gestione Industria e servizi, mentre in Agricoltura i decessi denunciati sono stati tre in meno (da 24 a 21) e nel Conto Stato due in meno (da 8 a 6). Una tendenza che si era manifestata già a chiusura del 2017, a conferma che l’aumento della produzione industriale e delle ore lavorate ha influito negativamente sul bilancio infortunistico e che dobbiamo intervenire prioritariamente in questo settore per arginare un trend che sembra purtroppo in peggioramento.

Secondo lei il decreto 81/08 potrebbe essere implementato con iniziative collaterali di educazione/sensibilizzazione? Se sì, quali metterebbe in campo?

Il decreto 81 prevede già la promozione di numerose attività di divulgazione e sensibilizzazione in tema di sicurezza sul lavoro e riteniamo che sarebbe opportuno un rafforzamento delle campagne rivolte al mondo della scuola, al fine di consolidare il collegamento tra le scuole di ogni grado e il mondo del lavoro. Nel contesto di una migliore attuazione di queste iniziative, ampio spazio potrebbe essere riconosciuto alla collaborazione con le associazioni di invalidi del lavoro e al coinvolgimento dei loro soci in qualità di testimonial.

A proposito dei percorsi di certificazione sulla sicurezza: li ritiene uno strumento utile?

Naturalmente sì, in quanto attestano il completamento di un percorso e qualificano un'azienda dal punto di vista dell'attenzione alla salute e sicurezza dei propri dipendenti. Sono quindi un mezzo indispensabile per assicurare l'adeguamento alle norme di legge e garantire anche l'aggiornamento costante dei lavoratori.

Se le permettessero di vedere realizzato un suo sogno in questo ambito, quale sarebbe questo sogno?

Purtroppo mi sono infortunato quando ero molto giovane e il mio sogno da allora è sempre stato quello di non vedere più accadere ad altri quello che è capitato a me. La vita dopo in incidente grave cambia ed è vero che con la nostra forza ed il sostegno della comunità ci si rialza, ma la ferita resta sempre sia nel corpo che nello spirito. Sogno quindi un mondo in cui tutti i lavoratori siano tutelati, in cui nessuna famiglia debba più piangere un proprio caro, in cui chi esce di casa la mattina per andare a lavorare possa ritornarvi la sera sulle proprie gambe. È un sogno grande e ambizioso e spero che, anche solo un piccolo passo per volta, riusciremo a vederlo realizzato.

(Fonti: Rapporto annuale INAIL 2017, Agenzia di Stampa ANSA, Ufficio comunicazione ANMIL)

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