infortuni lavoro

Analisi della relazione annuale INAIL

Leggi l’analisi e le considerazioni di SAEF sulla relazione annuale INAIL sugli infortuni sul lavoro: infortuni mortali, malattie professionali, incidenti in itinere.

Gli infortuni mortali: quadro numerico e considerazioni

È necessario fare un distinguo fra denunce di infortunio con esito mortale e casi accertati successivamente all’istruttoria.

Nel primo caso, nel corso del 2017, sono stati denunciati 1.112 infortuni con esito mortale legati al lavoro. Il paragone con gli anni precedenti non è troppo incoraggiante. È un dato sostanzialmente uguale a quello del 2016, quando le denunce erano state 1.142: quindi soltanto 30 in più, ma è più confortante rispetto a qualche anno fa. Prendendo come anno di riferimento il 2012 ad esempio, la flessione è molto più significativa. In quell’anno le morti bianche denunciate erano state 1.370, oltre 250 in più rispetto all’anno scorso. Discorso diverso per gli infortuni mortali accertati. A fronte delle 1.112 denunce del 2017, sono stati riconosciuti come infortuni dall’esito mortale sul lavoro 617 casi. È altrettanto significativo sottolineare che il 58% di queste morti bianche sono avvenute fuori dall’azienda. Non si è ancora conclusa l’istruttoria che riguarda 34 denunce. Se tutte quelle venissero riconosciute come morti bianche, si arriverebbe a 651 vittime sul lavoro nel corso del 2017, con una diminuzione soltanto del 2.8% rispetto all’anno prima, ma del 25% rispetto al 2012.

Sorge spontanea una conclusione osservando questi dati: nel quinquennio la tendenza si è invertita, ma negli ultimi anni è rimasta stabile. A far ben sperare è anche un’ulteriore considerazione: nel 2012 si era nel bel mezzo della crisi e lavoravano meno persone di quante lavorano oggi però il dato invece che aumentare è calato di un quarto.

Gli infortuni: quadro numerico e considerazioni

Sul fronte degli infortuni sul lavoro, ovvero tutti quegli episodi che vengono riconosciuti come incidenti legati ad attività professionali, ma che non portano alla morte, le denunce che sono arrivate all’istituto nei 12 mesi del 2017 sono state 641.000.

È giusto specificare anche in questo caso che si parla di denunce ma che non necessariamente queste si trasformano poi in infortuni riconosciuti. Comunque sia, anche questo dato è significativo perché dimostra che c’è una più che sostanziale parità fra il 2017 e l’anno precedente. La flessione si attesta allo 8.08% una quota assolutamente trascurabile per cui si può dire che il quadro è assolutamente invariato. Non certo una bella notizia, visti gli sforzi per invertire questo tipo di tendenza. Più significativo in termini positivi risulta essere il raffronto sul quinquennio, considerando anche in questo caso che i dati sull’occupazione dicono chiaramente che nel 2012 c’erano molti meno lavoratori attivi in Italia rispetto al 2017. La flessione tuttavia risulta essere importante e si attesta al 14%. Significa che rispetto a 5 anni fa, il 2017 ha fatto segnare una diminuzione delle denunce di infortunio di 1 settimo. Ma veniamo a ciò che è stato riconosciuto. Di quelle 641.000 denunce, gli incidenti sul lavoro effettivamente riconosciuti sono stati 417.000. Interessante anche tracciare la stima percentuale di riconoscimento. A fronte di 100 denunce sono 65 i casi riconosciuti come infortuni sul lavoro. Di questi infortuni una percentuale importante (il 19%) è avvenuta fuori dall’azienda, quindi con un mezzo di trasporto durante l’orario lavorativo oppure in itinere, ovvero durante il tragitto dal domicilio al lavoro, sia all’andata che al ritorno.

La conseguenza diretta degli infortuni la si vede anche in termini di giornate lavorative di inabilità. In questo caso i dati sono impressionanti: sono state 11 milioni le giornate di inabilità al seguito di infortuni il cui costo è ricaduto sull’INAIL. In media un infortunio che comporta una menomazione è accompagnato da 85 giorni di inabilità, mentre per un infortunio che non comporta una menomazione la quota di giorni scende a 21.

Le malattie professionali: quadro numerico e considerazioni

Il quadro del rapporto si capovolge se si analizzano le malattie professionali ovvero le patologie che il lavoratore contrae in occasione dello svolgimento dell'attività lavorativa a causa della presenza di fattori presenti nell'ambiente nel quale presta servizio.

In questo caso molto spesso le denunce risultano molto maggiori rispetto ai riconoscimenti finali. Nel 2017 a fronte di 58.000 denunce, solo il 33% di queste istruttorie si è chiusa con il riconoscimento di malattia professionale, quindi direttamente collegata al lavoro e all’ambiente nel quale si svolge (un restante 3% risulta ancora essere in istruttoria, quindi potenzialmente la quota potrebbe salire al 36%).
La gran parte di questi riconoscimenti riguarda patologie che interessano il sistema osteomuscolare (il 65% del totale). E il dato cala di 2.200 denunce se rapportato all’anno precedente, ovvero al 2016, ma aumenta di un quarto se paragonato al dato di 5 anni fa, nel 2012.

Cosa significa in termini di interpretazione?

Significa che mentre calano, a livello nazionale, gli infortuni mortali e non sul lavoro su un arco temporale di 5 anni, aumentano di molto le malattie professionali. Ci si fa meno male e si muove di meno, ma ci si ammala di più per condizioni dovute al lavoro. In quest’ottica assumono sempre più importanza le campagne interne alle aziende oppure sostenute dalle associazioni di categoria che riguardano l’aumento del welfare e del benessere aziendale.

Oggi in Italia sono considerate “ammalate per cause di lavoro” 16.000 persone e nel 2017 sono state 1.206 le persone “ammalate per cause di lavoro” che sono decedute (il 28% per silicosi/asbestosi). Nell’86% dei casi la loro età superava i 74 anni.

Gli incidenti in itinere

Si parte da una considerazione che fa rabbrividire: la gran parte degli incidenti sul lavoro con esito mortale avviene sulla strada. Sono due piaghe che si incrociano fra loro: quella delle vittime legate alla mobilità e quella delle vittime legate al lavoro. I dati statistici non lasciano alcun dubbio: 617 gli incidenti mortali accertati nel corso del 2017, 167 di questo sono avvenuti “in itinere” ovvero nel percorso dal domicilio del lavoratore al luogo di lavoro. Il peso è impressionante: il 25% degli infortuni mortali sul lavoro che si verificano in Italia avvengono sulla strada. Uno ogni 4, in sostanza.

Questo significa che è necessario rafforzare le campagne di sensibilizzazione relative all’uso di macchinari, dpi, percezione del rischio in azienda, ma anche che bisogna intervenire pesantemente sulla sensibilizzazione legata all’educazione stradale e al rischio che si corre quando si va e si torna dal lavoro. Scendiamo in un ulteriore distinguo: dei 450 infortuni mortali avvenuti non in itinere, quasi la metà, ovvero 193 sono avvenuti “con mezzi di trasporto”. Significa ancora una volta che le quattro ruote, in realtà pesano sul totale degli incidenti mortali molto di più di quel 25%. Se sommiamo, infatti, incidenti in itinere e durante orario di lavoro con mezzi di trasporto, si raggiunge la quota del 58%. Incredibile pensare quindi che quasi 1 incidente morta su 2 dovuto al lavoro avviene a bordo di un mezzo di trasporto. I comparti più colpiti: l’industria guida questa triste classifica con 532 infortuni mortali, segue il comparto agricolo con 74 incidenti e chiude la quota di 11 vittime di lavoratori per conto dello Stato. Poco significativa risulta invece la suddivisione in funzione della provenienza: 514 vittime erano italiane, 33 provenienti dai paesi dell’Unione e 70 provenienti da paesi extra comunitari.

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